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Confronto abitudini alimentari mediterranee e occidentali e effetti sulla fertilità maschile PDF Stampa E-mail
Scritto da Sebastiana Pappalardo   
Martedì 12 Gennaio 2016 09:58
 
piramide alim meditE' già noto che la dieta mediterranea è stata correlata ad un minor rischio di malattie croniche multiple, ma i suoi effetti sul potenziale riproduttivo non sono ancora stati ben approfonditi.
Ci si è chiesti se ci sono associazioni di modelli alimentari con la qualità del liquido seminale, i livelli ormonali riproduttivi, e la funzione testicolare.
Uno studio è stato condotto in collaborazione tra il Dipartimento di Medicina Preventiva dell’Università di Nurcia in Spagna e il Dipartimento di Nutrizione e di Epidemiologia di Harvard negli Stati Uniti  su 209 studenti universitari maschi di età compresa tra i 18-23 anni.
 E’ stato  utilizzato un questionario di frequenza alimentare validato sulle abitudini alimentari mettendo in relazione i modelli di dieta con i parametri della qualità del liquido seminale, livelli di ormoni riproduttivi e il volume testicolare .
Sono stati identificati due modelli alimentari: 
       - Mediterraneo (caratterizzato da un elevato consumo di verdure, frutta e frutti di mare) 
       - Occidentale (caratterizzati da un elevato consumo di carni trasformate, patatine fritte e snack). 
piramide alim americanaIl modello di dieta mediterranea è risultato positivamente associato con una concentrazione più elevata di spermatozoi nel liquido seminale.
Mentre il modello di dieta occidentale è risultato correlato ad una maggior percentuale di spermatozoi con morfologia normale, ma questo parametro è risultato inverso nel caso di uomini in sovrappeso o obesi.
Questi risultati suggeriscono che le diete mediterranee tradizionali possono avere un impatto più positivo sul potenziale riproduttivo maschile.
 
Da  Hum. Reprod. (2015) 30 (12)
Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Gennaio 2016 18:52
 
Nutrizione personalizzata per la prevenzione delle malattie cardiovascolari PDF Stampa E-mail
Scritto da Sebastiana Pappalardo   
Lunedì 14 Dicembre 2015 15:16

cardiopatieLe malattie cardiovascolari (CVD) è responsabile per morbilità e mortalità nel mondo occidentale e in via di sviluppo. Questa malattia multifattoriale è influenzata da molti fattori ambientali e genetici. Allo stato attuale, consigli per la salute pubblica comporta raccomandazioni basate sulla popolazione prescritti, che sono stati in gran parte senza successo nel ridurre il rischio cardiovascolare. Questo è, in parte, a causa della variabilità individuale nella risposta a manipolazioni dietetiche, che deriva dalle interazioni nutriente-gene (definite con il termine 'nutrigenetics'). Lo spostamento verso consulenza nutrizionale personalizzato è una proposta molto interessante, in cui, in linea di principio, un individuo può essere dato consigli dietetici su misura per loro genotipo. Tuttavia, le prove-base per l'impatto delle interazioni tra nutrienti e varianti genetiche fissi sui biomarcatori di rischio cardiovascolare è ancora molto limitata. Questo articolo passa in rassegna le evidenze per le interazioni tra i grassi alimentari e due polimorfismi comuni nel apolipoproteina E e dei perossisomi geni del recettore-gamma proliferator-activated. Anche se una maggiore comprensione di come questi e di altri geni influenzano la risposta ai nutrienti dovrebbe facilitare la progressione della nutrizione personalizzata, le questioni etiche che circondano l'uso di routine hanno bisogno di un'attenta considerazione.

Le malattie cardiovascolari (CVD) sono la principale causa di morbilità e mortalità in tutto il mondo, è una malattia multifattoriale complessa che è influenzata da fattori ambientali e genetici. Ci sono prove sostanziali sul rapporto tra dieta e rischio cardiovascolare. La comprensione di come la variazione genetica interagisce con la dieta nell’ influenzare il rischio di CVD è un settore in rapida evoluzione . Queste patologie sono di tipo multifattoriale complesse influenzate da fattori ambientali e genetici. Ci sono prove sostanziali sul rapporto tra dieta e rischio cardiovascolare. Allo stato attuale i  consigli per la salute cardiovascolare  non sono stati in gran parte utili a ridurre il rischio cardiovascolare. Questo è dovuto, in parte, a causa della variabilità individuale nella risposta a manipolazioni dietetiche, che deriva dalle interazioni nutriente-gene (definite con il termine 'nutrigenetica'). La comprensione di come una variazione genetica interagisce con la dieta per  influenzare il rischio di CVD è un settore in rapida evoluzione della ricerca. Dal momento che la dieta è il cardine del fattore di rischio di modifica, è importante considerare le potenziali influenze genetiche sul rischio cardiovascolare. La Nutrigenomica è lo studio dell'interazione tra dieta e genetica di un individuo. Polimorfismi a singolo nucleotide sono i fattori chiave nella variazione genetica umana e forniscono una base molecolare per le differenze fenotipiche tra gli individui. Genoma intero e geni candidati allo studio  di associazione sono due approcci principali utilizzati in genetica cardiovascolare per  identificare i geni che provocano la malattia. Recenti studi di nutrigenomica mostrano l'influenza del genotipo sulla risposta ai fattori alimentari o sostanze nutritive che possono ridurre il rischio cardiovascolare. La ricerca nutrigenomica dovrebbe fornire le prove scientifiche per la nutrizione personalizzata basata genotipo per promuovere la salute e prevenire le malattie croniche, tra cui malattie cardiovascolari. Lo spostamento verso la consulenza nutrizionale personalizzata  è una proposta molto interessante, in cui, in linea di principio, ad un individuo possono essere dati consigli dietetici su misura per il proprio genotipo. E 'importante che  gli operatori sanitari vengano sensibilizzati a questi nuovi concetti in genetica per favorire la formulazione di una cura  personalizzata.

Da  Prog Cardiovasc Nurs. 2009 

Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Gennaio 2016 18:52
 
La celiachia refrattaria PDF Stampa E-mail
Scritto da Sebastiana Pappalardo   
Giovedì 26 Novembre 2015 18:40

celiachia La celiachia, riconosciuta come malattia sociale, è una intolleranza permanente al glutine.

 i pazienti sensibili al glutine sono sempre anti-transglutaminasi ed anti-endomisio negativi, ma spesso anti-gliadina positivi; negative risultano anche le prove allergiche (Prick e Rast) nei confronti del grano. Geneticamente, tali soggetti possono presentare nel 50% dei casi gli aplotipi predisponenti la celiachia (DQ2 e/o DQ8). 

L’eliminazione totale  del glutine dalla dieta basta ad eliminare l’infiammazione intestinale ed  i relativi sintomi nella persona che soffre di morbo celiaco, ma in circa il 5 % delle persone celiache questo non avviene ed anche in assenza di assunzione di glutine i sintomi e l’infiammazione non scompaiono. In questo caso si parla di celiachia refrattaria. Per questa particolare situazione non si conoscono ancora le cause e neanche si hanno dati utili ad individuare le persone celiache che possano avere un rischio aumentato di sviluppare la celiachia refrattaria.  .  

Uno studio effettuato dall’Università Tor Vergata di Roma ha valutato se alti livelli di  interleuchina 21( IL-21),la quale viene prodotta dai linfociti T coinvolti nei processi infiammatori intestinali indotti dal glutine, possano essere correlati ad una predisposizione genetica.

L’analisi molecolare è stata condotta su biopsie duodenali di 7 pazienti con celiachia refrattaria e 9 pazienti con celiachia e 9 persone non celiache.

Dallo studio si è evidenziato che nei pazienti celiaci l’IL-21 era molto aumentato, mentre nei pazienti con celiachia refrattaria non aumenta l’IL-21 , ma il TNF-a (Tumor necrosis factor), anche questa è una proteina prodotta dai linfociti T.

Da ulteriori studi in questa direzioni sarà forse possibile comprendere con quali marker si potrà identificare  la predisposizione alla celiachia refrattaria.

Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Gennaio 2016 18:52
 
Rischio tendenza obesità per i bambini celiaci PDF Stampa E-mail
Scritto da Sebastiana Pappalardo   
Mercoledì 01 Luglio 2015 11:18

E’ stato messo in evidenza da uno studio , eseguito da un gruppo di pediatri ricercatori dall’Università Sapienza di Roma, sui bambini affetti da celiachia la presenza di sovrappeso in una piccola percentuale di questi bambini.

Di norma chi è colpito dalla malattia celiaca presenta al contrario una situazione di sottopeso. Questo ha fatto supporre che la dieta alimentare senza glutine di questi bambini viene arricchita con prodotti che contengono una percentuale maggiore di zuccheri e grassi , portando così ad un aumento di peso . Il consiglio dei pediatri in questa particolare situazione è quello di affidare il controllo della dieta dei bimbi celiaci ad un nutrizionista esperto che permetta in questa particolare situazione di non ingrassare e mantenere un equilibrio nutrizionale  

Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Luglio 2015 11:40
 
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